Il consiglio di cooperazione.

Manuale per gestire i conflitti in classe e apprendere la democrazia
di Jasmin Danielle

Prezzo: € 13.00*
 

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Presentazione (a cura di Meridiana)


Il bisogno di socializzazione dei bambini e dei ragazzi è enorme. È la nostra una società sempre più atomizzata dove il gusto dello stare insieme e dell’imparare insieme svanisce nei cortili vuoti e nella solitudine urbana, nel consumismo consolatorio e nell’incapacità degli adulti di offrire ai più piccoli spazi di crescita comune. La scuola allora può e deve fare molto. Da anni, in area francofona, con il nome di Consiglio di Cooperazione, e in area anglosassone, con il nome di Circle Time si sperimenta uno strumento semplice ed efficace, unico nel suo genere, che mette ritualmente in cerchio i bambini per creare un luogo di scambio e di decisioni sui loro problemi e sui loro conflitti. L’insegnante sospende il giudizio, favorisce l’interazione fra i più piccoli, raccoglie e conduce il confronto. Non è una rappresentazione ma è la realtà dove, in genere una volta alla settimana, gli alunni possono ritrovare un protagonismo inedito pieno di potenzialità per un futuro di convivenza possibile. In Italia per la prima volta con questo libro viene tradotto un testo che presenta con dovizia di particolari questo strumento e ne presenta qualche applicazione pratica. È una possibilità concreta per vivere meglio la scuola come luogo di relazioni educative significative, per costruire un ruolo adulto come facilitatore dei nuovi processi socio-relazionali, per creare un nuovo patto formativo fra le generazioni.
 

 

PREFAZIONE

Nell’attuale periodo storico in cui viviamo, se da una parte si può osservare una crescita esponenziale del rigore scientifico, dall’altra si constata un’incapacità nella gestione della conflittualità e dell’affettività. In un simile contesto i valori democratici di cooperazione, solidarietà, uguaglianza, rispetto, responsabilità acquistano una maggiore valenza non solo sociale ma anche all’interno dell’azione pedagogica.

Alcuni segnali lasciano intendere che l’attuale sistema scolastico sta considerando l’opportunità di uscire da una logica del contenuto per entrare in una logica del contenitore, allargando così il cerchio del Sapere e del Saper fare, verso il Saper Essere, dando quindi più spazio all’accoglienza e all’accompagnamento di ogni individuo verso la propria autonomia.

Il Consiglio di Cooperazione rappresenta così un possibile modello di apprendimento di simili valori per i futuri cittadini, formando un cerchio costituito da alunni e docenti che crea uno spazio di riflessione individuale e collegiale.

L’autrice di questo strumento pedagogico, infatti, fa riferimento più volte ai valori sopracitati proprio perché vuole promuovere un metodo che, non solo presta attenzione agli aspetti relazionali ma li fa vivere al contempo nel microsistema della classe. A mio modo di vedere, la condivisione di questi valori rappresenta la vera premessa per poter applicare il metodo del Consiglio di Cooperazione.

In questa ottica, il Consiglio di Cooperazione può essere visto come una pratica della democrazia, un modo di vivere l’aspetto civile di una società, in un clima di cooperazione, tolleranza e di rispetto.

Il consiglio di Cooperazione

Il termine italiano Consiglio di Cooperazione fa capo a quello francese Conseil de Coopération. Si tratta di un metodo di ispirazione freinetiana utilizzato a partire dagli anni novanta dall’autrice del libro. Il termine inglese Circle Time può in un certo senso rappresentarne una particolare versione, anche se vi sono varie forme basate su obiettivi e modelli diversi.

In sostanza, il Consiglio di Cooperazione legittima un incontro fra allievi e insegnanti che rivolgono la loro attenzione verso la discussione e la gestione della vita di classe. Come indicato dal nome stesso, la cooperazione rappresenta un ingrediente basilare. In questo modo, a tutti gli allievi è data l’opportunità di esporre critiche, complimenti, progetti e fornire un’importante e ricca riflessione intorno al loro vissuto, offrendo sia al singolo individuo sia al gruppo uno spazio di libera espressione. Interagendo e collaborando tra loro, gli allievi possono così scoprire possibili risoluzioni alle problematiche esposte.

Ecco quindi che il Consiglio di Cooperazione può diventare il contenitore che accoglie, accompagna e trasforma emozioni e pensieri verso nuovi significati del vivere assieme. In questo modo gli allievi imparano a veicolare diversamente pensieri ed emozioni in un luogo sociale da loro stessi costituito, favorendo al contempo l’autostima, la capacità di gestire l’aggressività e la tolleranza alle frustrazioni derivanti da una mancata immediata soddisfazione di un bisogno.

Altri metodi basati su valori di cooperazione, come la mediazione scolastica o la gestione costruttiva dei conflitti possono allora inserirsi in modo ottimale in un contesto del genere.

Il consiglio di cooperazione in pratica

Così come viene esposto nel testo della Jasmin, il Consiglio di Cooperazione potrebbe risultare di primo acchito un po’ schematico, basato su molte regole (sono infatti elencate regole riguardanti il procedimento, così come frasi e parole da utilizzare). Tuttavia sappiamo che contenere significa non solo ascoltare ma anche definire quelli che possono essere i limiti entro i quali gli alunni devono rimanere.

Il Consiglio di Cooperazione, come ogni rituale che si rispetti, ha bisogno di regole perché possa prendere spazio più facilmente e definirsi sia rispetto al singolo alunno sia rispetto alla globalità costituita dalla classe.

Gli allievi, disposti in cerchio, prendono in esame le varie critiche, le congratulazioni, i suggerimenti o le riflessioni esposti sul giornale murale nel corso di un intervallo tra un Consiglio di Cooperazione e l’altro. Alla fine si dovrà per esempio decidere tutti assieme se stipulare o meno delle regole di vita all’interno della classe.

Evidentemente la modalità dell’incontro varierà col tempo e secondo la personalità dell’insegnante, lasciando sempre chiari e costanti alcuni elementi strutturali e tipici del metodo illustrato.

È certamente auspicabile una rivisitazione continua dell’esperienza in corso anche attraverso la rilettura del metodo che lascia spazio al pensiero creativo di ogni persona che ha deciso di intraprendere questo cammino.

Dalla parte degli alunni


Questo approccio si indirizza a qualsiasi forma di gruppo, indipendentemente dalla fascia di età. Nello specifico, è proposta l’applicazione del Consiglio di Cooperazione dalla Scuola dell’Infanzia alla Scuola Media.

Gli obiettivi che si possono raggiungere riguardano soprattutto la sfera sociale e relazionale. Vengono in questo modo favorite la cooperazione, la capacità di analisi, la disposizione alla risoluzione dei conflitti, l’assunzione delle proprie responsabilità, il rispetto di sé e delle regole, il rispetto degli altri, la disponibilità all’ascolto, l’accettazione di se stesso e dell’altro. In poche parole attraverso questa esperienza si offre la possibilità di imparare a relazionare in modo consapevole e costruttivo, principio valido sia per gli allievi sia per gli insegnanti. Vengono ancora messi in evidenza aspetti interessanti legati all’espressione linguistica, alla gestione del tempo, alla capacità di stare nel proprio ruolo, alle competenze di relazione sociale nel gruppo.

Dalla parte degli insegnanti

All’interno del Consiglio di Cooperazione l’insegnante può rivestire diversi ruoli: a momenti può essere una guida, in altri può stare nell’ombra, in altri ancora può fungere da facilitatore della comunicazione, oppure assumere un ruolo di chiarificatore o di controllo, come ben approfondisce l’autrice del libro.

Da alcune esperienze condotte in istituti scolastici del Canton Ticino, si è potuto osservare che in realtà nella Scuola dell’Infanzia l’insegnante riveste piuttosto un ruolo di conduttore dell’incontro. Diversamente nel primo ciclo della Scuola Elementare diviene un coordinatore e un mediatore e infine nel secondo ciclo, il suo ruolo assume una posizione piuttosto secondaria.

In ogni caso, oltre all’ascolto attivo, l’insegnante deve poter dar prova di una grande capacità empatica nei confronti dei suoi allievi al fine di costruire una buona relazione fra tutti i componenti del gruppo.

Ritengo inoltre importante che il docente conosca in maniera approfondita le dinamiche di gruppo, pur senza perdere di vista il singolo, sostenendo quindi quegli alunni che non sempre sentono poter trovare nel Consiglio di Cooperazione una risposta adeguata al loro disagio. A partire da questo limite e dalla capacità dell’insegnante nel percepirlo può prendere avvio un importante processo di trasformazione.

Penso inoltre sia utile che l’insegnante tralasci il suo ruolo abituale, quello di colui che valuta e distribuisce il Sapere. Solo così gli alunni possono godere ampiamente del loro diritto a una libera espressione.

Infine, ma non per questo meno importante, il docente dovrebbe essere pronto a mettersi in discussione, dando così prova di una buona capacità riflessiva. La creazione di una rete di supervisione all’interno dell’istituto scolastico è sicuramente un sostegno da prevedere sin dall’inizio.

Il Consiglio di Cooperazione in fondo promuove la collaborazione non solo per gli allievi ma anche per i docenti.

La condivisione educativa è sicuramente una premessa importante perché tutti possano seguire la stessa direzione nei loro progetti educativi.

Può capitare che siano due insegnanti a gestire contemporaneamente il Consiglio di Cooperazione. In questo caso quest’ultimo deve essere preparato in anticipo e deve potersi basare in modo chiaro su regole prestabilite.

Vi sono dei casi in cui una particolare tematica necessita il coinvolgimento di altre persone non appartenenti al Consiglio di Cooperazione, interne o esterne alla scuola. Anche questo particolare va ben curato affinché tutto sia basato su principi che non siano contraddittori e incoerenti.

Uno spazio all’educazione socio-affettiva

Quando sono rientrata nel mondo scolastico, non più come allieva ma come psicologa, ho avuto l’opportunità di conoscere questo metodo in un istituto scolastico ticinese. Sono rimasta sorpresa per come la scuola attuale abbia conferito nei processi dell’apprendimento un importante spazio anche alla sfera emotiva.

Sono rimasta molto colpita anche dall’evoluzione di questo particolare Istituto, che da anni ormai stava procedendo verso un profondo rinnovamento, attraverso una rivisitazione dei propri presupposti pedagogici. Se nella prima fase lo scopo era la definizione dei valori fondamentali da promuovere nei propri alunni, in un secondo tempo si è potuto stabilire che il Consiglio di Cooperazione rappresentava una risposta adeguata a questo bisogno. Infine si è deciso di allargare il cerchio (e questa volta anche in senso figurato) verso l’intero Istituto, costituendo anche il Consiglio di Istituto.

Questa esperienza ha cercato di offrire una continuità educativa applicando il Consiglio di Cooperazione dalla Scuola dell’Infanzia sino alla Scuola Elementare. In termini pratici è stato per esempio realizzato un giornale murale in legno identico per ogni classe. È interessante notare che il libro scritto da Danielle Jasmin (parzialmente tradotto dagli insegnanti perché non esisteva ancora una versione italiana) è diventato ormai una sorta di manuale che accompagna e accresce la riflessione educativa in questa scuola.

Certamente non sempre è possibile che il Consiglio di Cooperazione trovi una base così fertile per poter essere costruito, non tutte le scuole possono avere una riflessione a priori così marcata prima di decidere di applicare questo metodo. Anche una singola classe può decidere di instaurare il Consiglio di Cooperazione, a patto che l’intervento sia legittimato dall’Istituto.

Nel contesto appena descritto si è potuto infine osservare una notevole evoluzione e un miglioramento delle capacità sociali dei bambini, a tal punto che sono loro stessi che, arrivati alla Scuola Media, hanno coraggiosamente richiesto di poter avere nella loro classe il Consiglio di Cooperazione.

Questa è dunque la prova di come il Consiglio di Cooperazione non sia entrato solo nel mondo della scuola ma anche nella mentalità dei ragazzi stessi.

Uno spazio focalizzato sull’educazione all’affettività è dunque necessario. È un’esigenza che non va assolutamente sottovalutata.

Infine penso sia importante sottolineare che questo metodo non può rispondere a un’urgenza provocata da un problema particolare. Occorre invece considerarlo all’interno di una visione più globale delle relazioni e delle dinamiche affettive che si vengono a creare nel gruppo-classe e nell’organismo sociale complessivo della scuola. Simona Bomio psicologa, docente di Sostegno Pedagogico nelle Scuole Medie ticinesi
 

 

 

Recensioni


eco.l'educazione sostenibile, marzo 2003

 
Il consiglio di cooperazione, tradotto in Italia per la prima volta, è scritto da un’educatrice ed esperta di educazione prescolare nonché ideatrice del metodo denominato “Consiglio di cooperazione”, da anni utilizzato nei paesi di area francofona e anglosassone. [ …] Il libro è integrato da immagini e casi pratici vissuti dall’autrice. Offre a insegnanti e bambini, oltre a un metodo già sperimentato con ottimi risultati, un’occasione per riappropriarsi di quegli spazi di comunicazione troppo spesso assenti in particolar modo nel contesto di una società consumistica e atomizzata come quella in cui viviamo.

Simona Brocchi


 

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